La “novità” pittorica di Daniele Albatici
Daniele Albatici
 La “novità” pittorica di Daniele Albatici

La “novità” pittorica di Daniele Albatici

Ho già avuto occasione di scrivere intorno alla pittura di Daniele Albatici. L 'Albatici dei «volti di Romagna", una etichetta, tanto per intendersi, e - come tale - restrittiva e, tuttavia, inevitabile - perche, anche non volendolo - oggi si è costretti a porgere subito l'idea prefabbricata di un qualcosa che è per sua natura indeterminato, e libero, quale il risultato di una buona pittura. Ma la gente non ha tempo non ha voglia non ha fede. Il mercato ha le sue leggi. Il respiro per la riflessione è soffocato dalle azioni impellenti. Così un'etichetta serve a collocare entro un certo orizzonte l'artista in questione, fa risparmiare una fatica (che sarebbe invece necessaria) all'osservatore frettoloso, può Indurre a un attimo di sguardo più attento.

Con i «volti di Romagna» il ravennate Daniele Albatici ha ottenuto questa attenzione, e un largo consenso, vuoi per i paesaggi personalizzati e tuttavia fedeli, vuoi per le figure tipiche della gente di campagna, dei luoghi umili ed eterni dove ancora si comunica pur nella coscienza di un ripetuto lavoro oscuro.

Ma Albatici non è solo il partecipe cantore della propria terra. In lui è racchiusa - entro silenzi auto imposti - una natura spirituale e umana di insolita grandezza. Una grandezza mi- te come un fiume in piena.

Da solo Albatici ha posto i propri argini, deciso a frenare la sua «combattività-orgoglio, per far posto al portare “patientia" convinto che «occorre diventare come la canna che si piega al vento senza spezzarsi».

Illuminante un suo pensiero «Affermare il mio ego, imponendomi con la violenza della mia passione e della mia parola, credo non abbia senso, perche genera altra violenza, e in realtà è frutto di una sete di possesso-comando-potere che ora detesto".

Credo si debba fermarsi a lungo su questa affermazione. Non vi è passività ne rinuncia. AI contrario dimostra la vittoria sull'io e una lucida forza interiore. Allora si guarda Albatici in modo nuovo e la calma di questo esile giovane uomo dalla voce pacata, dai gesti gentili, dal dolce sorriso, dagli occhi venuti da lontano che vedono lontano, ci mette a disagio, è una nota diversa dalle altre cui siamo abituati, non possiamo -questa volta - più catalogarla.

Come non possiamo, a tutta prima, catalogare i suoi nuovi grandi, marcati, contenutamente drammatici quadri.

Qui la spatola ha sostituito i pennelli, qui i colori non scivolano più in sfumature di luce ma gridano crudi in tessere di spazio, qui le figure, i volti, non traducono realtà quotidiane ma si fanno simbolo atemporale.

Così i personaggi intorno alla tavola in primo piano, ognuno caratterizzato in un suo atteggiamento allusivo, diventano trasfigurazione di una possibile «Ultima cena»; così il gruppo raccolto - e al tempo stesso isolato - sulla realtà di una bianca morte intoccabile richiama, senza bisogno di sacre iconografie, l'insoluto mistero di una «Deposizione». E che dire di quella figura ambigua, mistica e umana insieme, volto d'angelo imperscrutabile, abito di Pierrot lunare, fermo in un gesto assurdo rivolto - e non rivolto - alla classica bellezza incolore (il bruno monocromo lo annulla) di una donna raccolta nel suo profilo come un bozzolo nella sua perfezione?

Possiamo trarne significati opposti. Per me - subito - è l’«Annunciazione» in chiave moderna. Dissacrata, forse, e quindi umana. E dolorosa. E fatale.

Non posso giudicare l'intenzione di Albatici ma posso citare un altro suo pensiero: «Coglie- re la figura umana o vivente dall'interno, senza definire, nella sospensione a-spaziale e a- temporale. Qualcosa di autonomo e di a se stante. Non C 'è più un fuori e un dentro, ma solo una corrente che è (vive), senza definizioni».

Dove mira questo nostro artista di lunga continua ricerca non soltanto formale non soltanto di contenuto ma anche - e soprattutto - di motivazioni interiori?

«Non cerco con la mente, non dipingo con la ragione. Il dipingere è ben altro, è ciò in cui la lingua-ragione non ha più parte. Non si fa arte nuova, di avanguardia, per fare arte nuova. Non lo si fa per scelta razionale-concettuale. Si fa novità perche essa urge dentro, ed esce da tutti i pori istintivamente, senza che nulla possa condizionarla. Si fa novità perche si giunge al proprio «centro». Ed ogni io-centro è novità, in quanto mistero spazio-temporale unico e irripetibile nell'universo».

Ci troviamo di fronte a un pittore diverso dai tanti - troppi forse... - sinora incontrati.

Un pittore filosofo, un pittore religioso nella più alta accezione della parola.

Quando a muovere la mano è l'anima allora le etichette vanno in frantumi.

Albatici affinerà la sua tecnica, quelle «cadute» che il critico esigente può inevitabilmente riscontrare, saranno ben presto risolte. Ma già da oggi è il caso di leggere con occhi diversi, più attenti, sì, più seri, i quadri di un artista diverso, di un artista che non temo di indicare come nuovo.

Perché se pure (e per fortuna) rispetta il segno (in quanto lo conosce!) rispetta il colore (in quanto lo ama) usa ancora gli strumenti di sempre (in quanto sa essere umile), non si rende schiavo di sigle («Tutto è movimento. Anche la morte. Non si può parlare di vita e di non-vita. Solo di vita, intesa come mutamento. L 'erba secca, la foglia secca, non sono morte. Sono trans-formate. Cambiate di forma. Il fatto di attaccarsi a una forma, porta all'idea di morte»).

La novità di Albatici è qui, proprio nell'immediatezza del suo proporsi.

Facilità apparente. Apparente discontinuità. («La pittura come la preghiera tanto più si fa povera e umile tanto più si innalza»).

Albatici può dipingere il riposo dei braccianti o i capanni sul fiume, gli scorci di Ravenna o la pineta di Dante, le nature «morte» o gli autoritratti con maschera da pagliaccio e paesaggi di neve oltre la finestra, con abiti rinascimentali ed eco di tornei alle spalle. Tutto questo ed altro ancora che spero vedere negli anni a venire. Non è qui il punto. Il punto è nel senso dell'arte di Albatici. Un senso-intento altissimo: la fusione del «mestiere» e della «coscienza», al fine di giungere alla più vera espressione: quella che passa per la via del cuore. L 'artista dovrebbe essere colui che vede, e che dona questa vista agli altri. Credo sia la meta di Albatici.

Mi auguro, per lui, per noi, che possa raggiungerla



Vittoria Palazzo - Milano 1981


Una testimonianza per Albatici ( per cognome, come usa ed usava la mia generazione)  (Giuliano Babini - Ravenna, febbraio 2011 )

Da una lettera personale  (Padre Bernardino Cozzarini, Monaco Camaldolese - Camaldoli 15-3-2010 )

Da una pubblicazione di Flavio Montelli  (Flavio Montelli - Ravenna 2006 )

Daniele Albatici  (Marco Vallicelli - Forlì, novembre 2011 )

La “novità” pittorica di Daniele Albatici  (Vittoria Palazzo - Milano 1981 )

“La Divina Parola” Immagini  (Franco Gabici - Ravenna, 2013 )

“La Divina Parola” Immagini  (Padre Alberto Casalboni (Frate Francescano dell’Ordine dei Cappuccini, fa pubbliche letture settimanali della Divina Commedia a Ravenna) - Il Risveglio del 25-4-2013, Ravenna )

Le donne nella Bibbia e nella Commedia: Cenni. Le donne in Daniele Albatici  (Padre Alberto Casalboni (Frate Francescano dell’Ordine dei Cappuccini, fa pubbliche letture settimanali della Divina Commedia a Ravenna) – Introduzione a “La Divina Parola” Immagini - Mostra di Daniele Albatici Ravenna 2013 )

Chi è costui che sanza morte va per lo regno de la morta gente?  (Inferno, canto 8, versi 84-85 )

La Divina Parola  (Oscar Bandini )

Daniele Albatici, un artista tra Realtà e Fantasia.  (Introduzione di Franz Dudenhöffer, Direttore della Städt. Galerie Speyer )


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